C’è un libro che lessi durante la scuola elementare. Era conservato, insieme ad altri, in uno scaffale a muro chiuso da una porta grigia con una piccola chiave. Lo lessi d’un fiato e non ricordo né il titolo, né l’autore. Narrava una storia di ragazzi, di nave ormeggiate, in disuso, di appuntamenti nelle stive di esse. Sullo sfondo il mare d’inverno, le spiagge desolate, i cieli cangianti, rimescolati dal vento. Fu il libro per cui, entrando un familiare – una sorella di mia madre -, per la prima volta non salutai, non alzai lo sguardo dalla pagina. Sprofondato nel divano di casa, viaggiavo velocissimo sull’onda delle pagine… Quel libro, come certi amori, l’ho perso per sempre e lo struggimento, a distanza di tanti anni, è ancora intenso, inconsolabile.
Mese: giugno 2013
Il libro che abiterei…
Se il libro è un paesaggio, una città, un reticolo di gallerie sotterranee, quello che abiterei è, senz’ombra di dubbio, l’Orlando furioso. Lo lessi tanti anni fa per un esame universitario, integralmente. e lo leggo ancora. Lo acquistai in una libreria accanto a Piazzale Cadorna e ancora oggi rivedo nitidamente lo scaffale, la proprietaria che mi porse il libro, risento lo scatto della cassa e avverto il peso nella borsa del cofanetto arancione con il profilo di Ludovico Ariosto. I libri, si sa, impregnano i nostri sensi, si fanno memoria epidermica, arrestano il tempo in isole verso le quali è possibile ogni volta partire. Perché amo così tanto questo poema? Perché nel suo labirinto posso vivere molteplici vite, abitare spazi diversi, sentirmi proteiforme e per questo, in qualche modo misterioso, sconfiggere ogni fine…
Procedura
Ci sono racconti che dal passato remoto ritornano e si impongono per la loro nitidezza, lo stile, per l’emozione e la densità emotiva con cui sono stati letti. Contengono intatte nostre stagioni lontane così che riaprendoli il dono è duplice: la corposità dell’autore e la nostra vita che tra gli spazi bianchi di quelle parole andava scrivendo il suo racconto.
S. Mannuzzu, Procedura, Einaudi



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