I libri ci chiamano? Parrebbe una domanda oziosa, se non fosse che molte volte “accade”: che cosa? Che un libro, appunto, ci chiami: non per il titolo, la copertina, una recensione letta frettolosamente. Semplicemente e misteriosamente ci chiama. Scorgiamo il libro in disparte o al centro del banco ogni volta che entriamo nella “nostra” libreria (perché ognuno, evidentemente, ha una “sua” libreria) e con fili sottili esso inizia ad avvolgerci. Davvero, viene da chiedersi, c’è un’anima in tutte le cose che per affinità vuole incontrarci? Non saprei dare una risposta, ma accade che il libro a un certo punto incontri la mano che sfoglia la pagina, lo sguardo che legge. E l’incontro è fecondo, a volte esclusivo e gioioso. Come quando in una libreria di Legnano mi sedetti e per un’ora sprofondai nelle poesie di E. Bishop, traendo la sensazione alla fine di aver dialogato con un’amica, con chi aveva intrecciato le sue parole alle mie costruendo una piccola ragnatela di senso. Una gioia, appunto… I libri, dunque, ci chiamano? Esiste una realtà parallela alla nostra, apparentemente fatta di carta, da cui giungono segnali di luce e conforto alla nostra pena di vivere?
Mese: gennaio 2015
Scrivi mi dico…
“Scrivi, mi dico, odia / chi con dolcezza guida al niente / gli uomini e le donne che con te si accompagnano / e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici / scrivi anche il tuo nome. Il temporale / è sparito con enfasi. La natura / per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia / non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi”. (Franco Fortini, Traducendo Brecht)
Sull’imitazione
Perdonati…
Non so
“Io penso che il tuo modo di sorridere / è più dolce del sole / su questo vaso di fiori / già un poco / appassiti -/ penso che forse è buono che cadano da me tutti gli alberi -/ ch’io sia un piazzale deserto / alla tua voce – che forse / disegna i viali / per il nuovo / giardino”. (A. Pozzi, Non so)






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