Il nostro scopo antropologico

“La poesia non è un’arte, o una branca dell’arte, è qualcosa di più. Se la parola è ciò che ci distingue dalle altre specie, allora la poesia – l’operazione linguistica per eccellenza —è il nostro scopo antropologico. Chiunque consideri la poesia alla stregua di intrattenimento, di “lettura”, commette un crimine antropologico, in prima istanza contro se stesso”

(J. Brodskij)

 

 

Per non perderci

come se il mio ventre covasse una bomba
il sentimento, il terrore della perdita
allora spalanco la finestra, comincio a gridare
tu invece: hai il senso della conquista
tu invece: hai attraversato la frontiera
la pianura sconfinata
io invece: caduto in una buca
tu a tirarmi su
e io a viverti attaccato
una seconda pelle
ma interna
allora è questo il desiderio: spalancarti
e uscire e voltarmi a guardarti
e chiamarti di continuo senza urlare
e inseguirti
inseguito dai primi passi che muovi
per non perderci

(A Porta, Airone, I)

Irma Brandeis

“Senza che nessuna indiscrezione l’avesse sollecitata, ricevetti un giorno la visita di colei che seguiterò a chiamare Clizia. L’ammirazione per questa persona di eccezionale valore umano, di squillante intelligenza e di ilare, nonostante tutto, umorismo è stata immediata. Clizia era ben degna di essere Clizia…” (G. Contini, Eugenio Montale: immagini di una vita, Mondadori)

Irma Brandeis

“Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo
l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole
freddoloso; e l’altre ombre che scantonano
nel vicolo non sanno che sei qui”.